Da domani nelle sale il film francese tratto dal romanzo del premio Nobel. Un lavoro in bianco e nero elegante, per riflettere sulla storia di un giovane diverso dagli altri.
Un gran bel film, bianco e nero elegante, una storia che merita di essere riscoperta e riletta. Lo straniero di François Ozon, tratto dal romanzo omonimo di Albert Camus, ci porta nell’Algeria della fine degli anni Trenta, quando c’era ancora la dominazione francese, sulle tracce di un giovane che non è come gli altri. Meursault, impiegato trentenne di bell’aspetto, osserva molto e parla poco, ha una specie d’innocenza infantile, è assente e presente allo stesso tempo. È uno Straniero non solo in senso di appartenenza geografica, francese in terra algerina, ma perché non vive e non pensa come gli altri. Non è capace di dire bugie, è un nichilista totale. Non piange al funerale della madre, dice di non amare la donna che vuole sposarlo, non pensa che trasferirsi a Parigi con la sua società possa cambiargli l’esistenza. “Tutte le vite sono uguali” dice allo sbigottito responsabile che gli suggerisce questa prospettiva. Per un gioco del destino si ritroverà coinvolto in un omicidio, “colpa del sole” dirà in tribunale.
“Ogni uomo che non piange al funerale della propria madre rischia di essere condannato a morte” scrisse Camus nella prefazione americana del libro, uno dei romanzi francofoni più letti al mondo. Ozon lo ha fatto suo, seconda versione cinematografica del testo dopo quella di Luchino Visconti del 1967. (Per chi volesse è disponibile, gratuitamente, su Youtube, la versione restaurata due anni fa). Nei panni di Meursault c’era Marcello Mastroianni, in quella dei nostri giorni c’è invece Benjamin Voisin, perfetto nel ruolo, con i suoi silenzi, il modo di muoversi, la sua faccia d’angelo.
LE DUE DONNE
Nell’adattamento di Ozon prendono, per scelta del regista, più consistenza due personaggi femminili Marie Cardona (Rebecca Marder), la giovane fidanzata e Djemila, la sorella dell’arabo assassinato. La prima sa di amare un uomo per il suo mistero, ma è consapevole che potrebbe odiarlo per gli stessi motivi, è una donna coraggiosa e libera per i tempi, è l’unica capace di empatia verso la seconda, che non ha un nome nel romanzo. Marie si agita quando vede che viene picchiata dal suo sfruttatore, vorrebbe intervenire. Djemila, a sua volta, è consapevole del malessere che divide le due comunità, vive il dramma della colonizzazione, il fratello non sembra esistere nemmeno nel processo per il suo assassinio. In tribunale viene messa sotto esame solo la morale dello straniero. Spiega bene il regista che gli serviva questo contraltare, in un universo maschile tossico come poteva essere quello che si viveva in quegli anni. Oltre a Meursault, l’indifferente, c’è il suo amico Raymond che sfrutta e picchia le donne e l’anziano Salamano che bastona il cane.
LA CANZONE MALEDETTA
Un discorso a parte merita il brano che chiude il film, il bellissimo Killing an arab dei The Cure, fu il loro singolo d’esordio nel 1978, omaggio al libro di Camus. Il testo dice, tra l’altro, “sono vivo, sono morto, sono lo straniero che uccide un arabo…qualsiasi cosa io scelga, di fatto ha lo stesso valore, assolutamente niente.” La canzone, negli anni, è stata fraintesa, considerata una dichiarazione di violenza razzista, utilizzata dall’estrema destra, addirittura bandita, ora ritrova il suo naturale contesto. Robert Smith, il frontman del gruppo, la scrisse a sedici anni dopo aver letto il testo. Quanto a Catherine, la figlia di Albert Camus, ha letto la sceneggiatura, dato consigli e molto apprezzato il film: “Un viaggio magnifico attraverso l’opera perfettamente rispettata di mio padre. Bravo François, e grazie”