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UNA NUOVA GENERAZIONE DI REGISTE INDAGANO SULLA REALTA’ FEMMINILE. TRA STUPRO E MATERNITA’, CERCANDO I PROPRI DIRITTI: IL DEBUTTO DELLA SVIZZERA MARIE-ELSA SGUALDO

Le donne raccontano le donne, sempre più spesso, anche al cinema. Una nuova generazione di registe, non sempre giovanissime, torna a investigare su stati d’animo e situazioni traumatiche viste con gli occhi di lei. Negli ultimi mesi il focus si è acceso con particolare attenzione sulla maternità, partendo dalla depressione post partum affrontata in Die, my love di Lynne Ramsay per arrivare alla solitudine della mamma caregiver in Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein. Del dolore di perdere un figlio parla Cloé Zhao in Hamnet regalandoci una Jessie Buckley da Oscar. Nel suo discorso, dopo aver ritirato la statuetta, l’attrice irlandese ha definito la maternità uno “splendido caos” e ha elogiato la regista e la sceneggiatrice Maggie O’Farrell, che è anche l’autrice del libro da cui è tratta la pellicola. «Grazie – ha detto -per avermi dato la possibilità di conoscere questa donna luminosa ed intraprendere il viaggio per comprendere la capacità di amore di una madre: è stato l’incontro più straordinario della mia vita.»

Mamma dopo la violenza

Due anni fa, a parlare di maternità e condizione femminile, era stato il film Vermiglio di Maura Delpero, vincitore a sorpresa del Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia. Ambientato nello stesso periodo storico, è ora nelle sale il film Lo sguardo di Emma, debutto cinematografico della regista svizzera Marie-Elsa Sguardo, purtroppo poco pubblicizzato. Come al solito la traduzione in italiano del titolo non rende  giustizia alla pellicola, quello originale, francese, è À bras-le-corps, e vuol dire più o meno prendere di petto la situazione, variante interessante anche in inglese con Silent Rebellion, (Ribellione silenziosa) che la dice lunga sulla storia. Siamo in Svizzera, durante la Seconda guerra mondiale, in un piccolo villaggio di confine, dove i residenti assistono con dolore al passaggio degli ebrei rimpatriati dopo aver tentato di fuggire dalla Germania Nazista. Emma ha 15 anni, è volenterosa e dotata, dopo l’abbandono da parte della madre, assiste il padre e le due sorelline, è in procinto di vincere il premio alla virtù che le permetterà di studiare come infermiera.

A spezzare il sogno è uno stupro di cui nemmeno riesce a rendersi conto, si sente persino in colpa. Per evitare la vergogna e la gogna sociale, sposa un giovane del posto. Sarà lui a “custodire” il denaro del premio conquistato da Emma, sarà lui a fare da padre al bambino e a trasformare la ragazza in una schiava a tutto servizio della sua famiglia d’origine, senza concederle nessuna via di fuga. La giovane, ancora adolescente, dovrà trovare un modo per conquistare la sua indipendenza grazie al lavoro e ritrovare il rapporto con la madre, la sorellanza che le permetterà di crescere.

Prova superata

I colori scuri della pellicola raccontano il tempo buio della guerra e quello che vive Emma, scanditi dagli abiti e dal suo sguardo intelligente e forte. La sua lotta per i diritti è un crescendo, non ci viene nemmeno risparmiato un rudimentale tentativo di aborto. Bravissima l’interprete, Lila Gueneau, nata nel 2005, perfetta per il ruolo. Un film che negli intenti della regista svizzera, Marie-Elsa Sguardo, vuole essere un promemoria «per le innumerevoli generazioni di donne ordinarie che sono rimaste invisibili perché rese invisibili.» Lo sguardo va al presente e al passato, spiega ancora Sguardo: «Le donne della mia famiglia cercavano modi per allentare, anche solo un poco, la morsa morale e sociale che definiva le loro vite. Ho presto realizzato che questa storia non è unica ma piuttosto una lotta sistemica. La lenta evoluzione dei diritti e delle libertà delle donne è resa possibile dall’accumulo di molte esperienze individuali.»

Da vedere.