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Nelle sale, da oggi, Resurrection, terzo film del regista cinese che è già tra i grandi interpreti della settima arte. Una cavalcata poetica in un secolo di storia

Potente, onirico, magico. Gli aggettivi si rincorrono per parlare di Resurrection, il film del regista cinese Bi Gan che, dopo aver conquistato il Premio Speciale al Festival di Cannes lo scorso anno, si avvia a incantare molti spettatori. Potremmo definirlo una cavalcata poetica attraverso un secolo di storia cinese e di cinema, alla ricerca del senso della vita che ancora sembra difficile da trovare. Cinque storie descritte in modo fluido, ognuna rappresenta un senso, più il gran finale. Si parte dall’epoca del cinema muto. Una donna, interpretata dall’attrice Shu Qi, è alle prese con un mondo dove i più hanno scambiato la loro capacità onirica con l’immortalità, coloro che hanno scelto di rimanere sognatori vengono visti come una minaccia: sono i Deliranti, devono essere eliminati. La donnacerca una chiave di lettura, prova ad entrare nel mondo di uno di loro, una star musicale, per capirlo, aiutarlo.

Un viaggio alla riscoperta del cinema, dalla nascita al sonoro, al digitale, ai diversi generi, ritrovando la bellezza perduta. La prima storia, dunque, riguarda la vista, altro non potrebbe essere se non un omaggio al cinema muto, siamo all’inizio di questo secolo, scivoliamo negli anni successivi per parlare dell’udito, con un racconto quasi dark. E ancora, negli anni 70, alle prese con i film Shaolin popolari in quel tempo in Cina, stiamo parlando del gusto. All’olfatto è dedicato il quarto episodio, quando il dramma diventa familiare e poi il tatto, il bisogno d’amore, il romanticismo. La chiusura ci invita a riflettere, a pensare che potremo ancora trovare la strada per risorgere. Centosessanta minuti da seguire con attenzione, musica composta ad hoc dal gruppo francese M83, un sogno da seguire a occhi aperti.

Dice il regista

Bi Gan è nato nel 1989 ed è al suo terzo film, il secondo coprodotto con la Francia, aveva già riscosso molto successo con Un lungo viaggio nella notte, del 2018. Di Resurrection parla così: «L’immaginazione che nasce dal cinema è in grado di superare con estrema facilità molte difficoltà e ostacoli. Prima di questo progetto, non ero del tutto convinto che il cinema, o l’arte in generale, potesse riuscirci. Inizialmente nutrivo notevoli preoccupazioni, prevedendo ostacoli significativi. Tuttavia, una volta completato il lavoro, mi sono reso conto che il personaggio Delirante raggiunge la destinazione finale con una grande intensità emotiva, cosa che non avevo previsto. Se da un lato il materiale d’archivio o la ricostruzione realistica possiedono certamente autenticità storica e forza, la vera astrazione può offrire un respiro e una grandiosità che la replica diretta non è in grado di raggiungere. Questa potente capacità di generalizzazione è una qualità fondamentale dell’arte cinematografica.»