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Una sopravvissuta al maschilismo, al razzismo, al sessismo. Così Heather Lenz ha raccontato, sei anni fa, l’artista più amata del secolo nel documentario Kusama-Infinity.

Difficile non innamorarsi di nuovo di Yayoi Kusama, riguardando oggi, nel giorno in cui è stata comunicata la sua scomparsa, il documentario Kusama- Infinity diretto nel 2018 dalla regista Heather Lenz. La storia di questa donna giapponese che voleva fare la pittrice in una società che le chiedeva solo di sposarsi è quella di una persona eccezionale che ha combattuto contro tutto e tutti, pur di realizzare il suo sogno. La madre le strappava i disegni, le nascondeva le tele, sfogava su lei e i suoi fratelli la rabbia di un matrimonio infelice, ma fu un’altra donna, la pittrice Georgia O’Keeffe, a sostenerla e incoraggiarla dall’America, invitandola a lasciare il Giappone. Yayoi, nata nel 1929 a Matsumoto, riuscì ad arrivare a New York solo nel 1958, con i soldi cuciti nel kimono, era illegale portarli all’estero. Aveva bruciato 2000 lavori prima di partire, voleva farne di migliori e voleva esporre in una galleria, creare una diversa storia dell’arte negli Stati Uniti. «Aveva il doppio delle difficoltà, non solo era una donna in un mondo dominato dagli uomini, ma era anche giapponese -spiega Gleen Scott Wright, direttore della Victoria Miro Gallery- Nessuno la prendeva sul serio.»

Dipingeva per ore, punti e reti, cercava un mecenate, era determinata ma poco apprezzata. Se non per qualche collega o critico. Il pittore e scultore minimalista Frank Stella acquistò un suo quadro per 75 dollari pagandolo in tre rate.  Ne era rimasto affascinato, giallo e nero, i colori di New York, quello dei taxi, quello dell’asfalto. Il successo non arrivava come lei voleva e Yayoi soffriva. Le venne diagnostica una nevrosi ossessiva compulsiva, su tutto la paura del sesso che arriva dalla famiglia e dalle continue scappatelle paterne che era costretta a documentare alla madre. «Alla fine, le mie opere si basano sulle mie ansie e sui miei problemi psicologici» ha spiegato a più riprese.

Vittima di sessismo

A New York, in America, non c’era solo indifferenza verso i suoi lavori, potremmo dire ben altro, tanto che si sentì, a più riprese, copiata e umiliata. Voleva diventare famosa con le sculture morbide, ma l’artista svedese naturalizzato statunitense, uno dei massimi esponenti della pop art, Claes Oldenburg le rubò l’idea, almeno secondo quanto disse Yayoi. Dopo aver visto la mostra alla Green Gallery di New York nel 1962, l’uomo realizzò lavori analoghi e ottenne un successo importante. Nel documentario l’artista – che non denunciò mai legalmente il plagio- ricorda che la moglie di Oldenburg, Patty Mucha, le chiese scusa. Anche Andy Warhol, che amava l’arte di Kusama e che si era complimentato con lei, fu influenzato dalla ripetizione seriale che l’artista giapponese aveva usato nella mostra One thousand boat show, riproponendola nella famosissima Cow Wallpaper.  Kusama la visse come un’offesa gravissima, si chiuse in casa, coprì tutte le finestre per paura di essere spiata e copiata, continuò a creare una scultura dopo l’altra.

I suoi lavori incredibili passarono sotto silenzio, sessismo e razzismo la stavano condannando. Fu la prima a realizzare le istallazioni con specchi e luci, come la Infinity mirror room, sei mesi dopo Lucas Samaras alla Pace Gallery realizzò una stanza simile. Non si diede per vinta, nel 1966, senza essere invitata realizzò il Giardino dei Narcisi alla Biennale di Venezia, davanti al Padiglione Italiano. Per la sua istallazione aveva acquistato 1500 sfere di specchi a Firenze, le vendeva a due dollari al pezzo, una cifra provocatoria, alla portata di tutti. Quando la invitarono ad andare via si sdraiò a terra, tra le sfere, si fece immortalare con la sua calzamaglia rossa. Voleva attirare l’attenzione, farsi pubblicità. Contestava il sistema troppo chiuso, lo fece anche con un’esposizione nel giardino del Moma a New York, scrisse e interpretò il film dal titolo Kusama’s  Self-obliteration (1967, visibile gratuitamente su Youtube) coprendo la sua immagine interamente di punti fino a scomparire. Pioniera della body art, pacifista, fu arrestata durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam, in cui si esibiva nuda. “I corpi sono belli” per quale motivo devono essere feriti nei combattimenti? diceva Yayoi che conosceva bene l’orrore della guerra, avendola vissuta in Giappone. La famiglia, in patria, per vergogna, acquistò tutte le copie dei giornali che riportavano la notizia.

Il successo tardivo

In quanto donna, giapponese con idee di avanguardia troppo avanti per i tempi, non ebbe mai alcun sostegno economico, alcun aiuto negli Stati Uniti tanto che, nel 1973, decise di tornare in Giappone. Cadde in una profonda depressione, il suo Paese era troppo arretrato, non si sentiva compresa, tentò il suicidio e ricominciò a dipingere solo in ospedale dove aveva incontrato un medico che credeva nell’arte terapia. Nel 1989 la ruota girò, l’opera di Kusama fu finalmente compresa e rivalutata, con una retrospettiva a New York, quattro anni dopo, quando già viveva in un ospedale psichiatrico, entrò dalla porta d’ingresso alla Biennale di Venezia (accompagnata comunque da un medico).  Era la prima artista donna giapponese che rappresentava il suo paese nella rassegna. Tutto improvvisamente prese a brillare. Il quadro acquistato da Frank Stella per 75 dollari è stato venduto per 750 mila dollari, le sue opere valgono milioni, le mostre e le sue Infinity rooms raccolgono visitatori in tutto il mondo, ma il successo internazionale non l’ha cambiata, non ha mai smesso di sentirsi sola e di realizzare d’impeto i suoi lavori senza fare prove o bozzetti. Il museo di Matsumoto, la sua città natale, espone finalmente le sue opere e i residenti le guardano con orgoglio. «Spero con tutto il cuore che il potere dell’arte possa rendere il mondo un posto più pacifico. Sono riuscita a sopravvivere a questa lunghissima vita…voglio vivere fino alla fine e continuare con la mia arte» disse al tempo Yayoi.

La regista

Dal canto suo, la regista del documentario, l’americana Heather Lenz ha spiegato negli anni di aver realizzato questo lavoro perché si era innamorata dell’opera di Kusama, sin dagli anni ’90, quando scoprì la sua produzione artistica. In realtà voleva anche raccontare la storia di questa donna che molti hanno conosciuto solo per la sua popolarità sui social media. «Alla fine – ha detto- non è altro che una sopravvissuta e molte persone la riconoscono quale modello di forza e perseveranza.»