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Arriva anche a Parigi la grande esposizione che racconta il lavoro della Goldin. «Ho sempre voluto fare la regista. I miei slideshow sono film composti da foto» dice. Emoziona l’istallazione dedicata alla sorella morta suicida

Tre donne, tre storie. La prima, Santa Barbara, fu torturata e uccisa dal padre Dioscuro nel 306 d.C, perché si era convertita al cristianesimo. La seconda, Barbara, morì suicida, dopo essere stata internata dalla famiglia a soli 14 anni. La terza è sua sorella Nan, sei anni di lotta contro la tossicodipendenza, massacrandosi le braccia con enormi bruciature di sigarette. Uscirà dal delirio e comincerà una nuova vita, diventando la famosa fotografa e attivista Nan Goldin. La sua storia è stata raccontata da Laura Poitras nel film All the beauty and the bloodshed  (Tutta la bellezza e il dolore) che quattro anni fa ha conquistato il Leone d’Oro a Venezia, facendo conoscere la Goldin al pubblico dei non addetti ai lavori. Al centro della narrazione ci sono non solo i suoi scatti non convenzionali, che scavano nell’invisibile, tra identità di genere, violenza domestica, abusi sessuali e di droga. C’è soprattutto la battaglia per ottenere il riconoscimento della responsabilità della famiglia Sackler per le morti di overdose da farmaci antidolorifici legalmente prescritti che creano dipendenza, come l’ossicodone. Parliamo di almeno cinquecentomila persone.

DONNE RIBELLI

Un colpo al cuore Sisters, Saints e Sibyl, (Sorelle, Sante, Sibille) esposizione, gratuita, alla Cappella Saint-Louis dell’ospedale Pitié Salpêtrière di Parigi, spazio per cui era stata progettata in origine nel 2004. Un luogo scelto con cura, qui nel passato venivano accolti e  rinchiusi anziani, senza fissa dimora e donne “dalla cattiva condotta”. L’esposizione che torna in questo spazio per la prima volta, è solo  un’appendice della grande mostra che si sta tenendo al Grand Palais, intitolata This will not end well (Non finirà bene),  questa ovviamente a pagamento. Ma è sicuramente il lavoro che mi ha colpito di più.  Il coinvolgimento dell’artista commuove per la spietata sincerità e per l’omaggio a “tutte le donne ribelli che si battono per sopravvivere nella società.” Le sue foto diventano slideshow, una formula che ha inventato e che definisce come “film composti da fotogrammi” con voce fuori campo e video, realizzati dall’artista, innamorata da sempre del cinema.  La sorpresa è già nell’inconsueto scenario di una chiesa un po’ in decadenza, da un lato i fedeli che pregano e accendono candele, dall’altro i visitatori dell’esposizione. Si sale una scalinata improvvisata e si scoprono tre grandi schermi su cui scorrono le immagini, in mezzo alla stanza un letto con il manichino di una donna legata in ospedale, lontano, sospeso nel vuoto, un altro manichino, quello di uomo dal cuore insanguinato. Rappresentano Barbara e il padre, mentre la stanza ricostruita è quella dove fu ricoverata proprio Nan in un centro di disintossicazione. Per circa mezz’ora, in piedi, guardando gli schermi da dietro una ringhiera, si comincia a soffrire una certa claustrofobia, mentre si riflette su un destino femminile che sembra immutabile, per le Sante come per le sorelle, che pagano con la vita la scelta di pensare in modo autonomo, in contrasto con i genitori e la mentalità che le vuole succubi.

SOLO UN INCIDENTE”

Pitture medioevali e immagini devastanti ci raccontano la storia di Santa Barbara, rinchiusa in una torre e decapitata dal padre che poi, dice la storia, morirà colpito da un fulmine: per questo la giovane ribelle che non ha rinnegato la sua fede cristiana sarà scelta come patrona dei vigili del fuoco. La Santa martire aveva osato dire la sua, scegliere da che parte stare, in contrasto con i dettami paterni. Il racconto, poi, diventa personale, in bianco e nero, con le foto di un’altra martire, Barbara Holly Goldin. Una bambina che amava suonare il pianoforte, che giocava a fare da mamma alla sorellina più piccola, Nan, lavandole i capelli e raccontandole i suoi segreti. Era una ribelle Barbara, sin dalla nascita, litigava con la madre, andava al cinema per incontrare i ragazzi, cercava l’amore ma anche la sua identità sessuale e poco sopportava la periferia statunitense e la dominante mentalità perbenista. Arriva così il primo ricovero in un centro di riabilitazione distante 500 chilometri da casa. A soli 14 anni. Era troppo libera Barbara Holly Goldin, troppo aperta per gli anni Sessanta. Non riuscirono a domarla, fece avanti e indietro in questi spazi di disperazione fino a quel 12 aprile del 1965 quando si sdraierà sulle rotaie di un treno per l’ultimo viaggio. Non aveva ancora compito 19 anni, la sorella ne aveva appena undici. Il video ci rimanda le urla disperate del padre quando la polizia porterà la notizia, stridono con le parole della madre che chiede di non dire la verità a Nan e a suo fratello, «dite che è stato un incidente». Le musiche tristi di Leonard Cohen, Nick Cave e Johnny Clash accompagnano le parole di Nan, il suo racconto disperato. L’ultima parte della storia è quella della fotografa- filmmaker che conclude questo viaggio nel tempo con la sua personale esperienza dolorosa tra droga, depressione e autolesionismo, fino alla guarigione finale. Già la fotografia e la fuga dalla casa dei suoi le avevano dato un altro modo di vedere il mondo, quella sensibilità di scoprire l’invisibile che poi la renderà famosa.

Si esce dalla cappella un po’ come Dante a “riveder le stelle”, con la voglia di abbracciare Nan e le donne che ci ha fatto conoscere, consapevoli che sono tante altre le martiri di cui ignoriamo le storie.