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“Noi due sconosciuti” di Janicke Askevold racconta la storia di Edith che ha deciso di avere un figlio da sola con l’inseminazione artificiale

Un bel film che pone molti interrogativi sulla famiglia, su come sta cambiando, sul ruolo dei genitori, ma anche sulle differenze culturali tra i vari paesi. Noi due sconosciuti ha per protagonista una donna che ha scelto di avere un figlio da sola, con l’inseminazione artificiale e con tutte le difficoltà che ciò comporta. Solomamma (in norvegese “mamma sola”), questo il titolo originale della pellicola diretta dalla regista Janicke Askevold, racconta la storia di Edith, una giornalista sulla quarantina, che affronta con coraggio la maternità monogenitoriale, comprese le prime domande del figlio Sigurd sull’assenza del padre. Quando la donna scopre casualmente l’identità del donatore del seme, decide di contattarlo con la scusa di un’intervista per conoscere meglio il figlio ed eventuali eredità genetiche. Niels è uno sviluppatore di videogiochi, ha un rapporto sentimentale in crisi, è subito attratto da Edith con la quale nasce una storia complessa, con molte sfaccettature. Ha scelto di donare il seme istintivamente per lasciare un segno del suo passaggio sulla terra, un’operazione che richiede pochi minuti, mentre per la donna quel bambino è un investimento che durerà tutta la vita. Il film prende spunto da una vicenda realmente accaduta a un’amica della regista che ha avuto una breve relazione con il padre biologico del figlio. «Quello spazio intimo ed eticamente complesso tra biologia e famiglia mi è sembrato il punto di partenza ideale per un film» ha spiegato.

Discussioni rispettose

Lisa Loven Kongsli è una splendida Edith, una donna alla ricerca di risposte e verità che deve anche occuparsi della madre vittima di una malattia degenerativa, un personaggio profondamente umano e contemporaneo. Herbert Nordrum è a sua volta perfetto nel ruolo di Niels, il padre biologico e scopre piano piano il suo ruolo nella vicenda. «Sono norvegese ma vivo in Francia – ha spiegato la regista – e credo che le culture di questi due paesi abbiano ispirato il film. Quando ho pensato al personaggio di Edith, non volevo che fosse un’eroina; doveva essere un personaggio complesso, con pregi e difetti. Ha dei dubbi anche se ci tiene ad apparire forte e indipendente.»

Il film, presentato in concorso al Festival di Locarno dove ha vinto il premio della Giuria Ecumenica, ha già suscitato interesse e curiosità: in Norvegia la nuova legge sulle biotecnologie ha consentito alle donne sole di accedere alla procreazione assistita. In Italia l’unica alternativa possibile per coloro che vogliono avere un figlio senza un compagno è rivolgersi a strutture estere. «Le persone vogliono capire come funziona il sistema in Scandinavia, cosa significa per i bambini e come vengono selezionati i donatori – ha concluso Askevold- Anche in contesti conservatori, le discussioni sono state aperte e rispettose.» Al suo secondo film la regista norvegese affronta, dalla parte di lei, le ansie della maternità e si interroga sulle nuove possibilità per la donna di crescere e conquistare spazi nel mondo.