violenza
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Dal 17 settembre arriva nelle sale “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis. Il film, in concorso a Venezia, è stato presentato oggi.

«Un mese prima che iniziassero le riprese, Marco Bechis mi ha portato a Buenos Aires ed ho visto i luoghi dove venivano tenuti i prigionieri.  Sono stato anche dove lui è stato detenuto e torturato; a un certo punto ho smesso di guardare lo spazio e ho guardato solo lui. Ho osservato quello che lui sentiva, vedeva e ricordava, i suoi occhi sono stati il mio punto d’accesso al personaggio.  Mi sono preparato così a questo ruolo, non ho studiato altro, è stata una recitazione empatica ed istintiva.»

Adriano Giannini è diventato in questo modo Mariano Guerra nel toccante film in concorso a Venezia Ritorno a Buenos Aires. Lo seguiamo nel viaggio di rientro in Argentina, nel 2008, chiamato a testimoniare contro gli ex militari che lo hanno tenuto prigioniero e torturato per due anni e 46 giorni nel Garage Olimpo. Allora era diventato il responsabile dell’ambulatorio medico, ha tradito e fatto arrestare due persone perché non è riuscito a superare la tortura con la picana elettrica ma si è salvato. Ha fatto le iniezioni di calmanti agli altri prigionieri che venivano gettati, ancora vivi, in mare dagli aerei. È un sopravvissuto, grazie alla protezione del suo aguzzino, il fantomatico dottor X. Mariano è un personaggio complesso, in lui convivono numerosi conflitti, paura, senso di colpa, voglia di vendicarsi, vergogna e Giannini lo rende splendidamente tanto che in sala stampa un giornalista gli chiede se ha già preparato il discorso per quando riceverà la Coppa Volpi. Si schernisce, parlando di “sindrome dell’impostore”, un problema comune a tanti artisti.

Il senso di colpa del sopravvissuto

«Non volevo tanto fare un percorso all’indietro, ripercorrere quello che è successo in Argentina negli anni ’70 – spiega Bechis – La mia urgenza è contemporanea, nasce da quello che sta accadendo oggi in Europa e nel Mondo. Quanti sono i sopravvissuti a Gaza, in Ucraina o in paesi in conflitto dell’Africa e quanti di loro riusciranno a diventare testimoni in un tribunale? Ecco questo mi interessava, questa è la storia del film: come un sopravvissuto diventa testimone. Mariano ci ha messo trent’anni per fare questo passaggio.»  

Nel film seguiamo il protagonista in ambulanza, a Torino dove vive, mentre salva la vita a una persona e lo accompagna, con tutti i suoi dubbi e le sue ansie, in tribunale, in Argentina, dove l’accoglienza degli altri sopravvissuti nei suoi confronti non è estremamente cordiale.  «Con Mariano torno in Argentina anche io, ci torno con una storia che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco – scrive nelle note di regia Bechis- Anche io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina, ma Mariano non sono io. Ho scelto la finzione perché a volte è l’unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare.»

Sceneggiato insieme alla figlia, Vijaya, il film arriverà nelle sale il 17 settembre