naza
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In sala, in Italia, a fine mese per tre giorni “Naza”, il film dei due registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham sullo sterminio a Gaza. Un colpo al cuore

Le parole, prima, martellanti, secche, risuonano su un terrazzo al buio che domina i grattacieli di Tel Aviv, si vede solo il volto dell’intervistatore, la sua espressione seria, di condanna. Quello di chi parla è oscurato, impossibile da riconoscere. Si parla di morte, di come si orchestra la morte. Le persone non sembrano avere valore.  La vita invece scorre nel palazzo di fronte, dalle finestre vediamo le persone immerse nelle faccende domestiche, c’è chi prepara la cena. Infine, la pellicola si chiude con le immagini vere, pochi minuti per mostrare le rovine, i piedini, i corpi di chi abbiamo sentito parlare, di loro sappiamo come sono stati ammazzati. Quella è Gaza. Una signora, tra il pubblico, solo a questo punto mormora: «Non ce la faccio più» ed è come se parlasse a nome di tutti. Venticinque minuti di applausi alla prima proiezione a Venezia, più di quelli ricevuti lo scorso anno da La voce di Hind Rjab, per questo film coraggioso che si intitola Naza. E no, non si tratta di un’abbreviazione di “nazisti”, ma è un’espressione israeliana che vuol dire “danni collaterali”, “civili uccisi”, contati e ricontati come fosse un gioco.

La pellicola che vanta l’imprimatur del quotidiano “The Guardian” è diretta dai registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham, già famosi per essere tra i direttori del film premio Oscar No other Land. Hanno intervistato 24 persone, tutti esponenti dell’esercito e dell’intelligence israeliana, hanno garantito loro l’anonimato, modificando leggermente la voce in modo da renderla irriconoscibile. «Molte delle cose rilevate del film sono già state scritte, sono conosciute, documentate dai giornalisti presenti a Gaza, ma crediamo che sia importante mostrare quelle testimonianze, è diverso quando sentiamo parlare le persone che hanno ideato quei sistemi» spiega Rachel.

La banalità del male

Sapevamo già, è vero, dei cecchini che sparavano sulle persone in fila per il cibo, ora vediamo quelle morti spiegate persino con i disegnini ed entriamo nel sistema “Lavander” che permette di entrare nei cellulari di Gaza, di scoprire i contatti e di localizzare le persone. E immaginiamo i bambini, quei bambini uccisi come se fosse normale perché sono entrati nella zona cruciale. Non c’è empatia o emozione da parte di chi racconta (comunque coraggiosamente) cosa è stato fatto, come è stato realizzato il Genocidio. Hanno fatto il loro lavoro. Non sono pentiti. La solita, innegabile, “banalità del male”, l’Olocausto usato come giustificazione per lo sterminio.

«Questo è un film che avrebbe potuto fare solo un regista israeliano- commenta Yuval – i colleghi palestinesi se avessero tentato di contattare l’intelligence israeliana sarebbero stati come minimo arrestati oppure uccisi, come è accaduto ad oltre duecento giornalisti a Gaza. Ma noi abbiamo una posizione di privilegio e ci possiamo relazionare con questo sistema a cui ci opponiamo, perché crediamo che sia ingiusto.» Lavoreranno ancora, promettono, faranno nuovi documentari perché è l’unico sistema che hanno per contribuire e denunciare. La pellicola si chiude con un monito: A Gaza si continua a morire

In sala dal 28 al 30 settembre, da non perdere, parola di Spettatrice.