Giornata romana per Susan Sarandon che ha presentato il film “The Accompanist” in concorso ad Alice nella città. A lei il premio Womanlands Award per la sua carriera
«Non è importante che un’attrice perda il lavoro per le cose che dice, l’importante è sapere che ci sono migliaia di persone uccise nonostante sia stato dichiarato il cessate il fuoco, che sono duemila i morti in Libano, che a Gaza i cecchini uccidono i bambini. Tutto questo non deve diventare la normalità, il giornalismo deve spingere perché ci sia davvero il cessate il fuoco. Ho molta speranza nei giovani, sono istruiti, sono arrabbiati. Scendere in piazza è fondamentale.» Susan Sarandon, arrestata il 25 settembre scorso a New York durante una manifestazione di protesta contro Netanyahu, continua anche a Roma, con piglio sereno, a portare avanti la sua battaglia. «Ho sempre cercato di utilizzare la mia piattaforma per dire cose che la gente ignorava» spiega. Lo fece durante la cerimonia degli Oscar nel 1993, con Tim Robbinson, denunciando la detenzione dei detenuti haitiani nel carcere di Guantanamo perché malati di Hiv. Si è opposta alla guerra con l’Iraq, ha ricevuto minacce, ma ha continuato a prestare la sua voce a chi non ce l’ha. Anche ora parla contro la pena di morte, soprattutto la ventilata possibilità di un’esecuzione in diretta televisiva, definendola «il perfetto esempio di come manchi la morale, di una mascolinità tossica. Per avere un’idea del genere devi essere fuori di testa, diventa l’omicidio a sangue freddo di un uomo che non può difendersi, mi pare che sia sulla sedia a rotelle. L’unica cosa buona è che si ricomincia a parlare di abolire l’esecuzione capitale.»
Un riconoscimento al talento
Ottanta anni compiuti il quattro ottobre, un lungo abito rosso, Susan Sarandon scherza suggerendo che bisognerebbe sottolineare che non dimostra la sua età, ricorda di avere origini italiane, una figlia italiana; a Roma, ribadisce, si sente a casa. «In questi anni, è ovvio, sono cambiata. Se mi guardo indietro, se mi capita di vedere spezzoni dei miei film presentati nelle varie cerimonie, mi chiedo come mai non avessi capito che ero così carina e perché avessi sempre quell’espressione spenta.» Cinque nomination, un Oscar con Dead Man Walking, un film che è entrato nell’immaginario collettivo come Thelma e Louise, Susan Sarandon ha ricevuto nel pomeriggio, al cinema The Space Moderno il premio “Womanlands Excellence Award”, assegnato ogni anno da Alice nella Città, alle eccellenze femminili nella cultura, nell’attivismo, nell’imprenditoria. Con il film che interpreta The Accompanist, si è aperta la ventiquattresima edizione della rassegna parallela alla Festa del cinema di Roma e dedicata ai più giovani.
Un ruolo diverso
«Si tratta di un ruolo che non avevo mai avuto prima, sono un po’ strega anche io, sono ondeggiante.» Susan Sarandon parla così della pellicola diretta da Zach Wood, nella quale interpreta Sylvia, una donna di 73 anni tormentata dai sensi di colpa per non essere riuscita a salvare la figlia. Le viene affidata una bambina, la splendida Emily, che si ritrova sola dopo la malattia del nonno, letteralmente strappata di casa. Insieme, impareranno a condividere il dolore, soprattutto grazie alla tensione della bambina, al suo disperato bisogno di avere un punto di riferimento. «È stata la migliore attrice con cui ho lavorato» ha spiegato Wood alla sua opera prima, La piccola Everly Carganilla, nove anni «ha talento e anche una grande consapevolezza. Mi ha spiegato che il suo migliore amico è un compagno di classe, credo si chiami Kevin, l’unico che la prende in giro per un suo tic. Perché lui la guarda, la vede. Così piccola ha capito l’intimità del bullismo.»