Chiude all’Accademia di Francia la mostra dedicata alla regista e fotografa belga. Spezzoni di film, immagini e ricordi. Una grande attenzione alle donne e alle vite marginali
“Mi piace che gli artisti travestano la realtà, la mascherino, la deformino.” Così ecco Giulietta Masina, alla fermata della metro “Rome” a Parigi. È il 1956. Ha lo sguardo divertito, dietro di lei giocano due bambini. Lo scatto, famoso, in bianco e nero è di Agnès Varda che ha ritratto l’attrice anche davanti a un negozio chiamato Gelsomina, proprio come il personaggio che ha impersonato nel film La strada. Ed è anche l’immagine che domina la locandina della mostra in corso all’Accademia di Francia a Villa Medici. Un titolo che già dice tutto Agnés Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma.
Anche Federico Fellini è stato immortalato nei sobborghi della Ville Lumiere, insieme ad altri artisti dell’epoca, da Jean Luc Godard a Luchino Visconti, un ritratto che le commissionò la rivista francese Réalités nel 1963, dopo la Palma d’oro ricevuta per il film Il Gattopardo.
La passeggiata con la regista belga di Senza tetto né legge, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1985, attraversa la vita della Varda e ci accompagna in rue Daugerre, a MontParnasse, in quel cortile-giardino parigino dove portò persino la sabbia per ricreare una spiaggia. I video proiettati sui grandi schermi ricordano gli altri film della Varda, a partire da Cléo dalle 5 alle 7, la pellicola del 1962 che la rese famosa. Una cantante bella, civettuola e piena di vita, attende il responso di una visita medica, la paura di avere un cancro, si sovrappone a quella della grande città.
La maggioranza silenziosa
Nei suoi film, ma anche nelle foto, la regista racconta le donne, la difesa dei loro diritti e l’importanza come la contraccezione, come in L’une chante, l’autre pas del 1976, definito “un musical femminista” proprio dalla Varda, un inno alla solidarietà e all’amicizia femminile come spazio di libertà e resistenza. Il suo sguardo attento si ferma anche sulle vite dei più poveri, come la popolazione del mercato di Rue Mouffettard con il film L’Opéra- Mouffe e Daguerréotypes sui commercianti di Rue Daguerre, che lei chiamava “la maggioranza silenziosa”.
C’è poi il film sognato, La Mélangite, termine inventato proprio dalla Varda, un gioco di parole tra Mélange e Meningite, per definire la confusione del protagonista, un giovane francese che vive una notte d’amore indimenticabile con una bella italiana, il tutto ambientato a Séte, la Venezia del sud della Francia e la città dei Dogi. La pellicola, la seconda per la regista dopo l’esordio con La Pointe Courte, non è stata mai realizzata, nonostante l’iniziale sostegno di Francois Truffaut e i sopralluoghi effettuati a Roma e in Veneto, dal 16 al 26 giugno 1958.
Nove capitoli, 130 stampe originali, pubblicazioni, documenti, manifesti e spezzoni di film per raccontare il viaggio straordinario di questa artista controcorrente che è stata anche la prima cineasta a ricevere l’Oscar onorario per la carriera nel 2017. La motivazione spiega che ha ottenuto il riconoscimento per aver sfidato le convenzioni e ridefinito il linguaggio del cinema d’autore.