La regista Rubaiyat Hossain arriva in concorso a Orizzonti con il film “The difficult bride”, prima volta per un film bangladese
«Are you happy?» viene chiesto alla giovane, alla sua festa di fidanzamento. Lei è agghindata per l’occasione secondo la sua cultura, si guarda riflessa nello specchio e dice sì. È una specie di rituale che compie anche Zainee, una bella ragazza prossima al matrimonio. Vuole fare la scrittrice, ha in programma un master a New York, sta per sposare un uomo che condivide il suo sogno ed è pronto a lasciare il Bangladesh, segue un programma di bellezza in un salone che si chiama Mayfair. Si tratta di un programma destinato alle future spose di famiglia benestante, con maschere quotidiane, trattamenti e ginnastica. I suoi capelli vengono stirati manualmente ogni giorno: dovrà perdere qualche chilo per far sparire il rotolino sulla pancia e rendere muscolose le braccia flaccide, ma soprattutto dovrà far sparire i brufoli sul viso.
Zainee si rassegna, ma è insoddisfatta, tormentata dagli insetti: lumache, serpentelli, li sente nel corpo, sotto la pelle e soprattutto sospetta che a seguirla ci sia il fantasma di una sposa morta proprio in quel salone anni prima. La avevano invitata a non toccare i suoi capelli, a essere paziente, ma nell’acconciatura si era infilato un serpente dal morso fatale. «Nel mio paese le ragazze non escono per un mese prima di sposarsi per non prendere il malocchio» le dice, convinta, l’operatrice che la prepara. Zainee però è una ribelle, esce da sola anche se la controllano a vista perché per una donna è pericoloso spostarsi senza un accompagnatore, si fa comprare le sigarette dalla sua assistente, (una donna proprio non dovrebbe farlo!) e va ad acquistare “l’erba” al mercato, sfidando il mondo.
Raccontare diversamente
Il film in questione è The difficult bride, (La sposa difficile) di Rubaiyat Hossain, in concorso a Venezia nella sezione Orizzonti ed è la prima volta per un film bangladese. La pellicola, ambientata a Dhaka, prende spunto dalla leggenda urbana della sposa morta nel salone di bellezza Mayfair, dove si recava anche la regista. Rubaiyat la ripropone a modo suo, rispolverando anche molte altre credenze popolari. Per noi occidentali è angosciante scoprire a quali angherie vengano sottoposte le donne nel suo Paese, trasformate in oggetti del desiderio anche per eventi gioiosi come il matrimonio. Il corpo diventa il tema del film, un corpo espropriato da una cultura che continua a considerare le donne un oggetto. Rubaiyat Hossain cita la critica cinematografica femminista Laura Malvey, la regista americana Nina Menkes, dice di aver appreso da loro, di girare cercando di trovare un nuovo modo di raccontare le donne. Quarantacinque anni, studi a New York, femminista, la regista ha voluto solo donne alla guida dei reparti, ad eccezione del compositore. Il suo è il primo dei quattordici progetti della Fondazione Prada Film Fund ad arrivare a un grande festival, dopo il Lido passerà a Toronto e a Londra. E chissà che non arrivi anche nelle nostre sale