Imperium
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È un lungo viaggio attraverso un Paese che non esiste più il film del regista ucraino Sergei Loznista, realizzato con materiale d’archivio italiano

«L’Unione Sovietica ha plasmato la mia infanzia. Crescendo in Ucraina, mi sono presto reso conto di come la Storia venisse costantemente riscritta per servire gli interessi di chi deteneva il potere.» Parola di Sergei Loznitsa che a Venezia ha presentato, fuori concorso, il suo nuovo lavoro Imperium, viaggio incredibile attraverso l’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’70. Una vera cavalcata, scorrono sullo schermo due ore e mezza di immagini che non concedono momenti di noia, montate senza nessuna voce fuoricampo ma solo con delle laconiche didascalie. Sono state scelte dal regista, tra quelle girate da un gruppo di cineasti italiani, guidati dall’antropologo Diego Carpitella, tra il 1970 e il 1973. (Tra i partecipanti, a vario titolo, ci sono anche Folco Quilici e Giuseppe Ferrara.) Si tratta di quasi sessanta ore di pellicola, di cui in gran parte sono andate perdute le registrazioni sonore, conservate presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio. Con gli Archivi Luce di Cinecittà e a quello della Cineteca Nazionale, insieme per la prima volta, hanno lavorato al recupero, al restauro e alla digitalizzazione di un fondo cinematografico inedito.

«Quando ho visto per la prima volta quel materiale, sono rimasto sconvolto dalle riprese e ho capito che si trattava di un tesoro. Prima l’Urss era stata presentata solo con documentari a fini propagandistici. Vi faccio un esempio – spiega Loznitsa – un grande regista sovietico come Semyon Aranovich ha girato da solo il funerale di Anna Achmatova nel 1966 e, per questo, è stato licenziato. (La Achmatova era considerata dalle autorità una figura sgradita al regime, n.d.a) Ogni immagine, ogni ripresa doveva passare sotto un rigido controllo, un miracolo dunque che a una troupe di un paese straniero sia stato permesso di girare e viaggiare in territori così diversi. Si sente uno sguardo diverso davanti alle tante etnie che convivevano sotto un dominio diverso.»

Quel mondo scomparso

Di fronte a questo materiale imponente, Loznista ha lavorato con attenzione, «scegliendo gli episodi che avevano un inizio e una fine, quasi fosse un piccolo film. Poi mi sono interrogato da cosa iniziare» ha spiegato il regista. Si parte, inevitabilmente, dal cuore, da quella Piazza Rossa di Mosca dove si snodano gli imponenti cortei propagandistici del regime per entrare nel cuore della capitale, dove in tanti sono a caccia di regali per la fine dell’anno. Bello vedere i volti, il vestiario, le immagini di un tempo. E poi ancora, le telecamere si spostano nell’Asia Centrale, nel Caucaso fino ad arrivare all’Ucraina che si guarda, quasi con commozione, conoscendo la storia dei nostri giorni.  Ammiriamo un matrimonio, con musica dal vivo e allegria, il ritorno a scuola dei bambini che recitano: «La nostra bandiera è in rosso, il fazzoletto al collo rosso portiamo, a portare il nome di Lenin sempre pronti siamo.» Si chiude a Mosca, con una scritta che ricorda «il 26 dicembre 1991 l’Urss ha cessato di esistere» Nel frattempo culture, volti e vestiari diversi ci hanno raccontato un enorme paese che non esiste più, con le sue contraddizioni e le inevitabili differenze. Un film davvero da gustare come uno sguardo sul passato, su come si viveva.

Del resto lo spiega benissimo Sergei Loznitsa, uno dei più interessanti cineasti ucraini: «Ho capito che, nell’Urss, il passato non era una narrazione fissa, stabilita, ma uno strumento politico. Forse è per questo motivo che le immagini d’archivio occupano un posto centrale nel mio lavoro: esse conservano tracce tangibili di ciò che è realmente accaduto, indipendentemente dalle interpretazioni o dalle distorsioni successive. Un approccio rigoroso alla storia è essenziale se vogliamo evitare di ripetere gli errori del passato. Questo è il mio credo artistico.»