In concorso il bel film di Ali Asgari “A bit of light” che fotografa la situazione iraniana in questi giorni. Sarà nelle sale italiane dal primo ottobre
Un film semplice, essenziale ambientato in un Iran dove non si parla, per una volta, delle donne e della loro lotta per togliere il velo ed essere rispettate, ma dello spettro della guerra con Trump e gli Usa e, soprattutto, del valore della vita. Arash, il protagonista di Un po’ di luce (A bit of light), ha contratto il Giuramento d’Ippocrate e lo rispetta, ha curato dei manifestanti in fin di vita ed è stato radiato dall’albo. Non può esercitare, il suo studio è sotto sequestro, ma i pazienti continuano a cercarlo e il medico non riesce a dire loro di no, anche a costo di ulteriori provvedimenti nei suoi confronti. Preso dallo sconforto di una situazione che gli pare senza via d’uscita, decide di suicidarsi e di comunicarlo alla famiglia, prima al fratello, poi alle due sorelle, infine alla madre. Organizza tutto, persino il trasloco delle piante e del gatto che, senza di lui, però, non vuole saperne di mangiare. Intanto, nelle case, secondo i consigli della resistenza iraniana viene messo del nastro adesivo alle finestre, per evitare che le schegge di vetro, in caso di esplosione, si diffondano nell’ambiente.
La difficoltà di vivere
Il regista, Ali Asgari, che parla benissimo l’italiano avendo studiato a Roma Tre, ricorda che in Iran ogni gesto, anche il più semplice, diventa un atto politico. Una situazione paradossale, unica al mondo. Lavorare per i registi rimane difficile, basta un post sui social per essere richiamati dal Tribunale, il maestro Panahi è ancora atteso in carcere, le manifestazioni e il massacro a gennaio dello scorso anno ma anche la successiva minaccia della guerra, hanno fatto il resto, «è come essere anestetizzati» di fronte a tutto questo dolore. Ecco che il cinema diventa un modo per sopravvivere. Quanto al titolo del film c’è quel pizzico di speranza che permette di andare avanti, dice sempre Asgari, «nella nostra quotidianità noi viviamo degli istanti, piccole cose che ci servono per andare avanti. Non ce la facciamo a illuminare il nostro cammino con una luce molto grande.»
Il regista spiega anche che sono due i film a cui si è ispirato. Il primo è Il sapore della ciliegia di Kiarostami, Palma d’oro nel 1997: il protagonista è alla ricerca di qualcuno che lo seppellisca dopo il suo suicidio, ma a richiamarlo alla vita è un gelso. Il secondo è La stanza del figlio di Nanni Moretti, perché non si parla della tragedia, ma del giorno dopo, della ricerca di un modo per sopravvivere. Firma con Asgari la sceneggiatura Shadmehr Rastin, che era in ospedale durante le manifestazioni in Iran lo scorso gennaio e ha visto proprio il via vai disperato dei giovani feriti. A dare il volto al medico aspirante suicida è Misagh Zareh, conosciuto per aver interpretato Il seme del fico sacro.
Il film, ottantasette minuti, sarà in sala dal primo ottobre. Da non perdere.