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Trentatré anni in carcere per un triplice omicidio che non ha commesso. La storia di Beniamino Zuncheddu arriva al cinema dal 15 ottobre. Con Fabrizio Ferracane e Michele Riondino.

Beniamino Zuncheddu è una di quelle persone che vorresti invitare a casa a prendere un caffè e dimostrargli la tua solidarietà. Per  la calma, la dignità con cui porta sulle spalle un peso che molti non riuscirebbero a condividere: quasi trentatré anni di carcere, accusato di un triplice omicidio che non ha mai commesso. Una vita rubata, trascorsa senza covare rabbia o rancore, avvolto in un’attesa sostenuta dalla fede ma anche dalla consapevolezza di essere innocente. L’arresto la sera del 28 febbraio 1991, nel sud della Sardegna, mentre Pierangelo Bertoli dal palcoscenico del festival di Sanremo cantava “Spunta la luna dal monte”.

Beniamino era un pastore di ventisei anni, non aveva mai toccato un’arma e vantava persino un alibi, ma la giustizia può commettere errori se  un testimone non dice la verità e qualcuno ha interesse a deviare il corso delle indagini. Così, con una superficialità incredibile che fa concludere i tre gradi di giudizio in poco più di un anno, arriva la condanna all’ergastolo. Dovranno passare altri venticinque anni prima che un giovane avvocato, Mauro Trogu, cominci a studiare le carte, si renda conto degli errori giudiziari e combatta per restituire giustizia a Beniamino.

 Il caso vuole che improvvisamente nasca una “costellazione” favorevole al pastore, si parli del caso a un master universitario, arrivi la possibilità di usare nuove tecnologie per le indagini, ci sia una procuratrice illuminata a Cagliari, Francesca Nanni (qualche anno dopo sarà la prima donna a ricoprire l’incarico di Procuratrice generale a Milano) pronta a firmare la richiesta di revisione per Zuncheddu nel 2019. L’aveva convinta a riaprire il caso, dirà, il fatto che continuasse a dichiararsi innocente, anche rinunciando alla possibilità di uscire dal carcere.  

Zuncheddu sarà assolto finalmente solo il 26 gennaio del 2024.

“Io sono innocente”

La sua storia è raccontata con precisione rigorosa nel film Zustissia, tratto dal libro “Io sono innocente” scritto a quattro mani da Zuncheddu e Trogu. Un film che scuote le coscienze e non lascia indifferenti. E che insegna a essere prudenti nel giudicare gli altri. «Ora sto meglio – dice Beniamino Zuncheddu che oggi ha 62 anni- mi sto riprendendo, non è più come all’inizio che sembravo un cadavere ambulante.» Il film gli è piaciuto, si è emozionato tornando indietro nel tempo «a quando mi hanno preso.» A portarlo sullo schermo un ottimo Fabrizio Ferracane che lo ha incontrato una sola volta, a Cagliari, lo ha osservato con attenzione e ha cercato di infilarsi nei suoi silenzi. «Ogni giorno mi dovevo ricordare che Beniamino esiste, con un dolore vero, da rispettare. La mia doveva essere un’interpretazione anzitutto rispettosa.»

Michele Riondino interpreta l’avvocato Trogu. «E’ stato un bellissimo percorso, umano e professionale» dice, sottolineando che l’errore giudiziario che «sta dietro la condanna di Beniamino è il risultato di una serie di negligenze, non è solo l’errore di un giudice, ma è un errore collettivo, di un sistema.»

Geppi Cucciari è invece Irene Testa, tesoriera del Partito Radicale e Garante dei diritti dei detenuti della Regione Sardegna, a sua volta elogia l’esempio di una famiglia che non ha mai abbandonato Beniamino e l’importanza di un cinema civile.

Nessuna scusa

Il film, scritto da Lisa Nur Sultan con Niccolò Gentili, è il primo lungometraggio di Francesco Piras. E racconta una storia che ancora si deve scrivere. Beniamino Zuncheddu non ha mai ricevuto nessuna scusa per l’accaduto e nemmeno un indennizzo per aver vissuto ingiustamente più della metà della vita in carcere. Per questo c’è una proposta di legge che porta il suo nome, prevede un assegno che parta dal momento dell’assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. «Forse potremmo inaugurare una nuova categoria, quella dei film urgenti – conclude Lisa Nur Sultan, che tra l’altro ha firmato anche, con Alessio Cremonini, la sceneggiatura di Sulla mia pelle – Dopo 33 anni credo che sia abbastanza urgente ridare a Beniamino e a tutti i Beniamini d’Italia la dignità di poter pagare un caffè agli amici al bar senza aspettare i soldi della famiglia.»