Al via la Mostra del cinema. Ad aprire la sezione Orizzonti il film di Alina Marazzi “La ragazza con la Leica”. L’importanza di raccontare storie di donne poco conosciute come quella di Gerda Taro
«Cosa significa un’esistenza scandita dalla paura, come si vive durante una guerra? Per comprenderlo sono andata in Ucraina, dove ho radici, e mi sono resa conto di cosa sia la resilienza. Hanno tutti una grandissima voglia di vivere, nonostante il pericolo. Sono coraggiosi. Anche Gerda era una donna super coraggiosa, in fuga dalla Germania nazista ma viva, gioiosa, piena di voglia di raccontare gli eventi, anche a costo della vita.» Emilia Schule si è preparata così al ruolo che ha ricoperto nel film La ragazza con la Leica, pellicola d’apertura della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, quello di Gerda Taro, la prima fotoreporter uccisa durante la guerra civile spagnola nel 1937. In una rassegna che vede una sola regista in concorso per il Leone d’Oro, la voce delle donne arriva comunque fortissima, anche grazie a questo lavoro. La pellicola si snoda, avanti e indietro nel tempo, nell’ultimo giorno parigino della ragazza, il 14 luglio, l’indomani sarebbe partita per non tornare mai più. Morirà in un drammatico incidente a Brunette, alle porte di Madrid, pochi giorni prima di compiere 27 anni.
Per andare incontro alla morte bisogna saper ballare, dice e la mia fantasia scivola verso un’altra reporter che ha perso la vita in guerra, in Siria, Marie Colvin, anche lei protagonista di una pellicola, A private War. Nel caso della reporter americana occorreva biancheria intima perfetta e di buona qualità.
La valigia messicana
La pellicola è diretta da Alina Marazzi, regista italiana naturalizzata svizzera, che ha sempre raccontato le donne che non riescono ad aderire a modelli precostruiti a partire da sua madre, Luisa Marazzi Hoepli, morta suicida a 33 anni. Il film La ragazza con la Leica si ispira liberamente al libro omonimo di Helena Janeczek, Premio Strega 2018 ma il lungo lavoro di archivio e di preparazione alle spalle si è basato anche sulla accuratissima biografia scritta da Irme Schaber. Materiale di repertorio, in bianco e nero, scatti di Gerda, si alternano nel tempo, che fissa l’importanza di ricordare, di scavare nella memoria per ritrovare la verità, nella forza della Leica usata per documentare, quasi come noi oggi adoperiamo il cellulare. Una storia, un nome poco conosciuto il suo, se è vero come diceva Virginia Woolf che dietro ad anonimo si nasconde spesso una donna, va anche ricordato che le foto di Gera Taro, perse durante la Seconda guerra mondiale, per uno strano gioco del destino, sono state ritrovate solo nel 1997 a Città del Messico in una valigia. C’erano oltre 4000 negativi di Gerda, di Robert Capa e di David Seymour. Trentadue i rullini attribuiti alla reporter che ha cessato finalmente di essere considerata solo la fidanzata di Robert Capa, quando in realtà era una donna capace anche dal punto di vista manageriale. Fu lei a lanciare il compagno aiutandolo nella scelta del nome d’arte e nella costruzione della sua nuova immagine.
La figlia di Ruth
«Erano un gruppo di giovani fuggiti dalle persecuzioni che vivevano in modo molto europeo e contemporaneo. Un film italiano, con attori tedeschi, sono stato fortunato a interpretare un’icona come Robert Capa» sottolinea Aaron Altaras. Nei panni di Ruth Carf, insostituibile amica, conquilina e assistente di Gerda Taro – una delle tre voci narranti nel libro della Janeczek – c’è invece Luna Wedler che ha conosciuto personalmente, a Zurigo, la figlia della donna. L’ennesima conferma di quanto la solidarietà femminile sia importante e di quanto sia necessario aprire gli archivi della memoria per ricostruire una storia delle donne.
Ps. Non c’è ancora una data ufficiale per l’uscita del film nelle sale.