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Raccontare la storia analizzando la realtà femminile. Il film “Woman unknown” ci porta in Danimarca, alla fine della Seconda guerra mondiale. La regista sul red carpet con una sciarpa insanguinata

La foto di una donna rasata a zero perché accusata di essere stata una collaborazionista l’aveva scattata anche Lee Miller, a Rennes, in Francia nel 1944. Ed è da uno scatto simile, pubblicato su un giornale danese, che May-El-Toukhy ha preso ispirazione per il suo splendido film Woman unknown, (Donna sconosciuta) in concorso per il Leone d’Oro. «Questa donna era seduta su una panchina, con i vestiti strappati. C’era un che di pornografico – spiega la regista e co-sceneggiatrice- Aveva una svastica dipinta sulla schiena.»  Da qui è iniziato il lavoro di studio e di scrittura insieme a Louise O’Kane per realizzare la pellicola che, per una volta, guarda la storia con gli occhi di una donna, senza giudicare e senza moralismi. «Abbiamo visto tanti film sulla Seconda Guerra Mondiale, abbiamo raccontato tanto dell’esperienza maschile prima e dopo la guerra – aggiunge May – ma non abbiamo parlato di cosa questo abbia significato per le donne vivere in quell’epoca, di come loro hanno vissuto.»

Senza passato

La storia si svolge in Danimarca, proprio alla fine del secondo conflitto mondiale, Marie è prossima alle nozze con il suo datore di lavoro, Christian, un ricco vedovo, padre di una bambina, un uomo molto rigido: la notte dorme con lei, di giorno il loro rapporto rimane estremamente formale. Marie ha perso un bambino, ha un problema alla vagina e deve prendere degli oppiacei per poter avere un rapporto sessuale, ma vuole essere perfetta, è la sua occasione per cambiare vita. Nasconde un segreto, l’incontro casuale con un vecchio compagno di scuola la mette sulla difensiva, deve trovare ancora una volta un modo per sopravvivere. «È un personaggio molto complesso – commenta l’attrice che l’ha portata sullo schermo, Mathilde Arcell- ho cercato di renderla il più reale possibile. È una storia raccontata attraverso i suoi occhi, ma anche attraverso le diverse personalità che Marie deve assumere per proteggere il suo passato. Non riusciamo veramente mai a vedere cosa prova e ciò è frustante anche dal punto di vista di chi la interpreta.»

Un campo di battaglia

«Per me il cuore di questo film rimane il corpo della donna percepito come un campo di battaglia, sia in tempi di guerra sia in tempi di pace e persino all’interno delle mura domestiche» conclude la regista danese, di origine egiziana da parte di padre. Ironizza, solo per un attimo, sulla sua avventura di essere “la donna sconosciuta più conosciuta a Venezia”. Era stata annunciata come l’unica in concorso per il Leone d’Oro, poi a questo calcolo un po’ imbarazzante si è aggiunta Rachel Szor, coregista di Naza, pellicola entrata in gara ad agosto.  Anche lei come la presidente della giuria Maggie Gyllenhaal sottolinea come per le donne sia più difficile ottenere finanziamenti, ricorda le difficoltà che ha incontrato prima di poter dirigere un film. E sul tappeto rosso si presenta con una tunica bianca e una sciarpa che sembra macchiata di sangue, in realtà sono solo delle nappine rosse, ma il suo impegno per le donne continua.

Una piccola nota personale da buona Spettatrice: se fossi in giuria voterei per lei, non perché donna, ma perché questo film mi è piaciuto più di tutti quelli che ho visto fino a ora.