Presentato al festival di film di Villa Medici il nuovo film del regista giapponese Kôji Fukada. Storia di due donne e del bisogno di creare, ma anche di solitudine e cura.
C’è sempre poesia nei film giapponesi, una profondità che arriva dal loro modo di riflettere e presentare eventi. Non ne è esente Nagi notes di Kôji Fukada, presentato ieri sera al Festival del cinema di Villa Medici. Era in concorso a Cannes. Un lavoro che scava nel processo della creazione, senza trascurare amore e memoria. Le protagoniste sono due donne, entrambe alla ricerca della loro voce: Yuri, architetta e Yoriko, scultrice. In passato erano sorelle acquisite, visto che la prima ha sposato il fratello dell’altra, poi è arrivato il divorzio che ha inciso sulla coppia di sposi anche dal punto di vista professionale. «Mi sono sempre messa in secondo piano nella vita, rispetto a mio marito, ai miei genitori, alla scuola» dice l’architetta raccontando un destino comune a molte donne, ora però ha deciso di vedere cosa può fare, quali solo “le case che vuole realizzare”. Yoriko, dal canto suo, ha lasciato Tokyo per tornare alla casa dei genitori, alla ricerca di un amore che non ha potuto/voluto vivere. Il suo rimpianto si avverte nelle opere che crea, senza trovare mai la perfezione. Le loro storie, in qualche modo, si specchiano e si scontrano con quelle di due adolescenti, Haruki e Keita, anche loro alle prese con le problematiche della crescita, devono capire anche la loro sessualità.
Il laboratorio di Yoriko, dove le sue sculture non riescono a vedere la luce perché non soddisfano mai l’autrice, l’arte e le citazioni di Edward Hopper (non a caso il pittore della solitudine e del silenzio), la natura non sempre benigna, con le mucche che fuggono dalla stalla, pure loro alla ricerca di tranquillità. I protagonisti, uomini e donne, vivono emozioni che spesso non riescono a esprimere, a volte lo fanno con una camera oscura, una scena molto suggestiva. E poi le minacce del futuro. Sul televisore scorrono le immagini della guerra in Ucraina, nella piccola cittadina di Nagi c’è un centro militare, si rincorrono le esercitazioni in un paese come il Giappone che ancora oggi si interroga sulle conseguenze dei conflitti.
II senso dell’arte
La pellicola è tratta dallo spettacolo teatrale Tokyo Notes di Hirata Oriza, che a sua volta prende spunto da Viaggio a Tokyo di Ozu, ma Fukada compie il percorso opposto e sposta la scena in questo piccolo centro, un microcosmo dove c’è un museo d’arte contemporanea e una base militare.
«Credo che la cosa più importante da rappresentare sia il fatto che nasciamo e moriamo soli – ha detto il regista a Cannes – In questa opera non si tratta solo della solitudine di chi vive in campagna, ma dal fatto che il semplice atto di vivere è un atto solitario e difficile, ho realizzato il film con l’idea che si possa fare un’opera cinematografica semplicemente riconoscendo questa realtà.»
Nonostante qualcuno abbia lasciato la sala all’aperto in anticipo, a me il film è piaciuto molto e sarei rimasta ancora a lungo a seguire la storia di queste due donne e della loro guarigione. I personaggi femminili, con i loro silenzi e le loro ammissioni, sono reali e ben costruiti, senza forzature, senza lieto fine salvifico. L’arte, sembra suggerire il regista, diventa espressione, riflessione, per guarire occorre tempo, pazienza, cura. Empatia.